Intervista alla Villa delle Quarantasei Querce
di Corrado Schiamazzi

Il freddo era insopportabile, non una luce accesa in tutto il paese, il campanile stava scandendo dodici lugubri rintocchi e, mentre le fronde degli alberi si scuotevano a causa di un vento impetuoso, la pioggia batteva con insistenza sui tetti e sul terreno. A complicare le cose, la batteria della mia torcia si stava esaurendo e ho rischiato di smarrirmi tra l'intrico di una boscaglia sparuta ma fitta.
Ero allo stremo delle forze e annientato dalla paura quando m'è parso di udire un lugubre cigolare di porta o persiana. E' stato prestando orecchio a quel rumore che pur recava con sé qualcosa di sempre più terrorizzante, che sono approdato alla Villa delle Quarantasei Querce, una costruzione logora e antica, probabilmente intonacata di bianco.
Nonostante l'ora, ho battuto insistentemente sull'uscio e, dopo qualche minuto, mi son trovato di fronte due africani, uomo e donna. L'uno, grande e grosso, mi ha rischiarato il volto con la luce di una candela, l'altra, piccola e segaligna, imbracciava un fucile. Li seguiva un pacifico cane da guardia con due volatili appollaiati sul dorso e un gatto di cui percepivo le fusa quantomai inopportune.
Per precauzione, ho esibito il tesserino di riconoscimento spiegando col batticuore il motivo dell'insolita visita. Senza dire nulla, l'uomo è rientrato lasciandomi a tu per tu con la donna rimasta col fucile spianato e, trascorsi cinque minuti, è ricomparso facendomi cenno di seguirlo.
Procedendo con la canna del fucile puntata in mezzo alla schiena, mi sono ritrovato in una camera gelida e miseramente illuminata dalla fiamma della candela che l'africano aveva posato su un comodino. La contessa Brunilde Kablinski, anziana proprietaria della villa, mi fissava dal letto con occhi indagatori, i due erano fermi a un passo da me, il fucile era ancora spianato.
Di Miss Belinda Victoria s'intravedeva una sagoma scura rattrappita su un giaciglio posto in un angolo buio e penso mai si sia mossa da lì per tutto il tempo che è durata la visita.
Nè mi è passato per la mente di avvicinarmi a lei in quanto, dopo quel che pare sia successo, la baldanzosa serva della contessa mi avrebbe sicuramente sparato. Stavo per porre la prima domanda quando la candela, ormai ridotta a un moncone, s'è irrimediabilmente spenta. Poiché l'acquazzone affrontato lungo il tragitto aveva reso il flash della mia fotografica inutilizzabile, l'immagine che compare in questa pagina poco o nulla dice sui personaggi e l'ambiente in cui vivono. Si notano tuttavia quattro piccole sfere luminescenti che altro non sono se non gli occhi fosforescenti del gatto Lollo e quelli della bambina che, come s'è appreso dal romanzo, tali sono diventati a causa del suo permanersene in una casa dove, per volere della contessa, mai deve filtrare un filo di luce.
I quattro ignoravano l'esistenza del libro "Belinda Victoria" e si sono mostrati molto sorpresi venendo a sapere che la trama è identica a quella raccontata a colpi di pennello da Miss Belinda Victoria su chissà quanti metri di tessuto.
La contessa Kablinski si è mostrata ancor più rammaricata degli altri poiché, come ha spiegato tra singhiozzi, mugugni e sospironi, l'indomani della festa per il rimpatrio di Miss Belinda Victoria, ha chiesto ai servi di sbarazzare la villa sia degli abiti della bambina, intrisi di troppi cattivi ricordi, sia delle bambole per buona parte ammaccate dall'esuberanza del cane, un molosso di nome Barabba.
Qui si spiega il motivo per cui sul libro, accanto alla foto della Bigottà, si legge che la stessa colleziona bambole antiche e dipinge tessuti. Una prova lampante che la sedicente scrittrice, visitando chissà quale mercatino dell'usato o dell'antiquariato, non necessariamente il qui vicino Mercato dei Derelitti o quello delle Piaghe in Affitto, abbia fatto man bassa di buona parte della mercanzia ricopiando poi il romanzo scritto da Miss Belinda Victoria e mettendolo in pasto al pubblico, forse pateticamente illudendosi di emulare il trionfo della Rowling con Harry Potter.
"La troverò io, la Bigottà".
Così si esprime Miss Belinda Victoria cui la serva, di nome Emilia, immediatamente ricorda:
"Ma se devi ancora portare a termine le tante missioni che ti sono state affidate!"
"Prima di tutto troverò la Bigottà" insiste caparbiamente Miss Belinda Victoria.
Irritato da tanta cocciutaggine faccio notare alla bambina che fa parte dei miei compiti di giornalista rintracciare la Bigottà e, per quanto lei si metta a strepitare al punto da farmi saltare i nervi fino a rivolgerle un insulto pronunciato però sottovoce e una minaccia che mi rende passibile di denuncia, le ribadisco che lo scoop sarà mio. Il battibecco tra me e Miss Belinda Victoria prosegue finché la contessa Kablinski urla un 'basta' così terrificante che i vetri delle finestre si mettono a tremare e le campane di Ibaz cominciano a suonare prima a morto, poi a festa, poi ancora a morto. Le campane stanno ancora suonando quando la contessa domanda a Miss Belinda Victoria:
"Su quei vestiti hai anche scritto che mio marito il conte mi abbandonò il giorno del matrimonio. e questo dopo che sollevai la veletta e mi protesi per baciargli una guancia, mostrandomi a lui per la prima volta?"
Poiché il silenzio pare confermare la circostanza, Brunilde Kablinski, arrabbiatissima, mi intima di non diffondere la notizia nonostante la stessa sia riportata dal libro.
"Non tutti i mali vengono per nuocere, contessa! - interviene Nereo, il servo - Se il libro dovesse ottenere un discreto successo, faremo causa alla Bigottà e ci arricchiremo. Una volta intascato il denaro, può sempre contare sui miracoli della chirurgia plastica e, nel caso non dovessimo avere partita vinta, può sempre supplicare l'intervento della fata Artemisia e magari..."
"L'importante è che mi si renda simile alle sue ninfe " è la replica della contessa.
"Che va mai dicendo? - salta su Emilia - Dimostrano dieci, dodici anni sì e no!"
"Appunto" è la risposta.
Per chi non fosse a conoscenza dei fatti, la fata Artemisia è una creatura dagli straordinari poteri che, tra le altre cose, ha... forgiato, diciamo così, le ninfe appartenenti al suo regno, una moltitudine di fanciulle prodigiose e dotate di una bellezza che pare inenarrabile.
Sempre più esaltata dalle parole pronunciate dal servo, la contessa lancia un gridolino esultante e poi dice:
"Una volta risistemata a dovere potrebbe anche essere che faccia breccia nel cuore di Richard Gere, di Tom Hanks, George Cloney, Woody Allen, addirittura in quello di Roberto Benigni!
Sono così affascinanti Allen e Benigni! Niente male anche Lopez e Solenghi! Come si fa a raggiungerli? C'è il mare, di mezzo?"
"Anche tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare" cerca di dissuaderla Belinda Victoria.
"Non si esalti in tal modo, contessa!" raccomanda la serva. Ma subito dopo esclama, con voce esaltata:
"A ben pensarci non mi dispiacerebbe se la fata Artemisia mi rendesse simile a Nicole Kidman".
"No, per carità! - strilla Miss Belinda Victoria - Nicole Kidman è la fotocopia di Fannina Lanziki!"
"Chi è Fannina Lanziki?" domanda Nereo, con voce confusa.
"Non importa" risponde la bambina, che pare mai abbia mai rivelato ad anima viva quel che è stato affidato ai quattro venti dalla Bigottà.
"Voglio però conoscere Johnny Depp!" esclama subito dopo.
"Non hai l'età adatta!" si sorprende Nereo.
"Potrebbe trattarsi di mio padre" sostiene Miss Belinda Victoria.
"Almeno!" risponde il servo. Dopodiché trae un lungo sospiro e dice:
"Potrebbe anche essere che presto conosca Anna Marchesini, Luciana Littizzetto, Rita Pavone, Lorena Bianchetti, Mara Venier, Monica Bellucci... e magari tutte quante insieme e... chissà quante altre ancora!".
"Io, Brad Pitt" sospira la moglie dopo aver emesso un breve grugnito di disappunto.
"Io, Calimero" dice inaspettatamente uno dei due volatili, indiscutibilmente la gazza Plebea.
"Siete impazziti? - interviene il pappagallo Jacob - Nessuno ha pensato allo squinternamento che si verrebbe a creare? Dopotutto, se la Bigottà ha acquistato un mucchio di abiti smessi, oltre che un numero imprecisato di bambole malandate, come si fa a parlare di plagio visto che, da quel che ho capito, non c'è un solo abito che riporti la firma di Miss Belinda Victoria, né esiste un copyright, un brevetto o che altro ancora?"
La discussione che segue durerà un paio d'ore. Ne approfitto per arraffare qualche fotografia sparsa sul ripiano del cassettone su cui mi è stato alfine concesso di appoggiarmi. Non avendo potuto scorgere il volto di Miss Belinda Victoria, spero si tratti delle foto che la ritraggono. Prima di congedarmi chiedo ai miei ospiti di spiegarmi come raggiungere il lago Artekan, territorio della fata Artemisia. Vorrei infatti proporle di tenere una rubrica sul nostro giornale.
L'alba sta levandosi bigia oltre l'orlatura della collina mentre, in groppa al mio somaro che sta crollando dal sonno, cerco invano un riparo che mi consenta un po' di ristoro.
In attesa di sapere chi sia in realtà Daniela Bigottà e se la si possa accusare di plagio, vi do appuntamento al prossimo numero per conoscere gli sviluppi eventuali della vicenda e, con ogni probabilità, la risposta della fata Artemisia, che mi auguro affermativa. A proposito... mi introfulerò nella prima cabina che incontro cammin facendo e chiederò al direttore del giornale di aprire già da subito una rubrica dove i nostri lettori potranno cominciare a porre le loro domande alla fata Artemisia. In tal modo, la fata si sentirà ancora più invogliata ad accettare la mia stupefacente proposta!
Non scrivetelo, ma sappiate che sono un genio.
| Le foto recuperate: non una bambina uguale all'altra, purtroppo! |
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foto n° 2 |
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